Blasè

Blasé è la tendenza della società a far apparire ogni cosa di un colore uniforme, di un gusto che non sa di niente, uguale a mille altre cose. Blasé è l’incapacità delle persone di scegliere.
Blasé è la vita del protagonista.

La voglia di reagire e scrollarsi di dosso un’insoddisfazione generale costringono il nostro ad entrare armato in una scuola, barricarsi in segreteria e prenderla in ostaggio.
A questo punto, la narrazione passa in mano agli ostaggi stessi: un laureato che è finito a fare il bidello, un segretario che non vuole un cactus come compagno di vita, una mamma che adora suo figlio e un po’ meno sua figlia, il manager di un’influencer che recensisce coppette mestruali e un professore di italiano che regge lo specchio di una società che appiattisce ogni tragedia, che usa ogni messaggio, positivo e negativo, non per migliorarsi, ma per confermare sé stessa.

Blasé è un monologo a più voci, otto per essere precisi. L’unico attore in scena interpreta, attraverso trasformazioni fisiche, vocali e veri e propri travestimenti, tutti i personaggi della storia.
I caratteri, dichiaratamente grotteschi e portati all’esasperazione, rappresentano dei “tipi sociali” ben precisi. Sfiorando il ridicolo riescono comunque a traghettare lo spettatore nella realtà quotidiana, quella che tutti noi viviamo, con un tono brillante grazie al quale ogni personaggio mantiene la propria umanità – e disumanità.
I riferimenti utilizzati si rifanno a quello che tutti noi abbiamo sotto gli occhi, ciò in cui siamo costantemente immersi e che ci travolge e, spesso, ci dà l’impressione di correre velocissimi verso orizzonti che non abbiamo realmente scelto.

Anche in quest’ultima prova le Officine Gorilla scelgono di non farsi portatori di una “morale” ma semplicemente di un punto di vista (o, in questo caso, diversi punti di vista) sulla comunità odierna, sulle dinamiche su cui essa si regge, proponendo una riflessione su ciò che viviamo tutti i giorni e, soprattutto, sulla sensazione di “lasciarsi vivere”, in cui non si ha il reale controllo delle proprie decisioni.

“Come è accaduto per la produzione precedente – Riportami là dove mi sono perso – la drammaturgia si è sviluppata parallelamente al lavoro attoriale in sala prove. BLASÉ è quindi un organismo multiforme che, durante il periodo di creazione, si è continuamente modificato e continua tutt’ora. Alcuni personaggi sono nati da proposte e/o improvvisazioni dell’attore, altri caratteri, invece, erano già stati ben definiti dal dramaturg in “archetipi sociali” molto precisi. Con questa terza produzione, il lavoro del collettivo conferma e consolida il suo metodo di lavoro organico, basato sul reciproco scambio attore-drammaturgo.”

Luca Zilovich

Blasé, tuttavia, rappresenta un punto di rottura con le prime produzioni delle Officine Gorilla. Le produzioni precedenti trovavano il loro fulcro proprio nel rapporto tra i personaggi, diventando esso stesso il vero protagonista delle piéce, mentre allestire un monologo ha rappresentato una sfida, in quanto bisognava convogliare il tutto in un enorme dialogo diretto sempre e solo con il pubblico – anche se fatto utilizzando personaggi sempre differenti – senza snaturare l’obiettivo della compagnia.

Gli otto personaggi sono fortemente definiti, in modo tale da far emergere le loro caratteristiche non più grazie al dialogo, ma grazie all’utilizzo del corpo, alla vocalità, al loro atteggiamento, agli elementi tipici della categoria di cui si fanno rappresentanti. Proprio per questo motivo i passaggi da personaggio a personaggio vengono realizzati a vista, sulla scena, mostrando l’intera trasformazione.

Il riferimento al teatro popolare è quindi evidente. Per costruire ciascun personaggio si è cercato un tipo fisso attuale, una “maschera”, che potesse rappresentare la contemporaneità ed esorcizzare le paure e i vizi delle persone, portando il pubblico a misurarsi con essi. Rispetto al passato viviamo in un mondo con una mobilità sociale più forte, ma ugualmente conformista quando si parla di apparenza. Per questa ragione i personaggi risultano estremamente appariscenti e colorati, portati all’eccesso in un realismo grottesco, come se loro stessi facessero di tutto per non essere o sembrare blasé.